L'immunoterapia
L'immunoterapia usa il sistema immunitario, le difese naturali del corpo, per riconoscere e attaccare le cellule tumorali. In alcuni tumori, come il melanoma e alcuni tumori del polmone e del rene, ha cambiato le cure e allungato la vita a molte persone.
Nei tumori che nascono nel cervello, invece, finora i risultati sono stati deludenti. La ricerca continua, ma oggi in Europa nessuna immunoterapia è autorizzata per i tumori cerebrali primitivi: si può ricevere solo all'interno di una sperimentazione.
Perché nel cervello è più difficile
- La barriera emato-encefalica, il filtro che protegge il cervello, lascia passare poche cellule immunitarie e pochi farmaci.
- Molti tumori cerebrali sono «freddi»: hanno poche cellule immunitarie al loro interno e producono sostanze che spengono le difese intorno a sé.
- Le cellule tumorali sono diverse fra loro, anche nello stesso tumore: se la cura colpisce un solo bersaglio, le cellule che non lo hanno continuano a crescere.
- Il cortisone, che spesso serve per ridurre l'edema, abbassa le difese immunitarie e può ridurre l'effetto dell'immunoterapia. Per questo gli studi clinici chiedono spesso di prenderne il meno possibile.
Le metastasi cerebrali sono un caso diverso
Se il tumore nel cervello è una metastasi, cioè viene da un tumore nato in un altro organo, il discorso cambia. Nelle metastasi cerebrali da melanoma e da alcuni tumori del polmone, l'immunoterapia funziona anche nel cervello ed è una delle cure standard, da sola o con la radioterapia. Parlane con l'oncologo che segue il tumore di partenza.
Gli inibitori dei checkpoint
Le cellule sane hanno sulla superficie delle proteine che fanno da freno al sistema immunitario, perché non le attacchi. Si chiamano checkpoint (punti di controllo). Molti tumori usano gli stessi freni per non farsi riconoscere.
Gli inibitori dei checkpoint sono farmaci che tolgono questi freni. Fra i più noti ci sono nivolumab, pembrolizumab e ipilimumab.
Nel glioblastoma tre grandi studi sono stati negativi. Il nivolumab non ha allungato la vita né alla recidiva, rispetto al bevacizumab, né nella malattia di nuova diagnosi, aggiunto alle cure standard o al posto della temozolomide.
Si studiano ancora combinazioni con altre cure e l'uso prima dell'intervento. Fanno eccezione alcuni tumori rari con moltissime mutazioni (tumori ipermutati), per esempio in bambini e ragazzi con particolari sindromi ereditarie: in questi casi gli inibitori dei checkpoint possono funzionare, e il team medico valuta caso per caso.
Effetti collaterali. Togliendo i freni, il sistema immunitario può attaccare anche organi sani: pelle, intestino, fegato, polmoni, tiroide e altre ghiandole. I disturbi più comuni sono eruzioni cutanee, diarrea, stanchezza e calo degli ormoni della tiroide. Possono comparire anche mesi dopo: avvisa subito il medico se hai diarrea, tosse o affanno nuovi.
I vaccini
Un vaccino contro il tumore cerca di insegnare al sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali. A differenza dei vaccini contro le infezioni, non serve a prevenire la malattia ma a curarla.
Vaccini a peptidi. Usano un frammento di proteina presente solo sulle cellule tumorali. Il più studiato, il rindopepimut (contro la proteina EGFRvIII), non ha allungato la vita nello studio di fase 3. Altri vaccini, per esempio contro la mutazione di IDH1 o con RNA messaggero costruito sul tumore di ogni paziente, sono nelle prime fasi di studio, su pochi pazienti.
Vaccini a cellule dendritiche. Le cellule dendritiche sono le «sentinelle» del sistema immunitario: mostrano alle altre difese i pezzi delle cellule estranee. Si prelevano dal sangue del paziente, si espongono in laboratorio al suo tumore e si reiniettano.
Il più noto è DCVax-L. Lo studio di fase 3, pubblicato nel 2022, ha confrontato i pazienti trattati non con un gruppo di controllo dello stesso studio, ma con pazienti di altri studi (gruppo di confronto esterno). Per questo molti esperti ritengono che i risultati non bastino a dire se il vaccino funziona. Non è autorizzato in nessun Paese. L'azienda ha chiesto l'autorizzazione nel Regno Unito nel 2023; a settembre 2026 la decisione non era ancora arrivata. In Germania, dal 2014, un'autorizzazione speciale (hospital exemption) ne permette l'uso a pagamento fuori dagli studi, ma non è un'autorizzazione al commercio.
Le cellule CAR-T
Si prelevano dal sangue del paziente i linfociti T, le cellule che uccidono le cellule malate. In laboratorio si modificano perché riconoscano una proteina precisa delle cellule tumorali, si moltiplicano e si reinfondono. In alcune leucemie e linfomi sono già una cura autorizzata.
Nei tumori cerebrali i primi risultati nell'uomo sono arrivati di recente:
- nel glioma diffuso della linea mediana (compreso il DIPG), con la mutazione H3 K27M, uno studio americano su 11 bambini e giovani adulti con cellule CAR-T contro la proteina GD2, pubblicato nel 2024: in 4 il tumore si è ridotto di oltre la metà, e in un ragazzo è scomparso;
- nel glioblastoma recidivo, negli Stati Uniti, CAR-T dirette contro EGFR e altre proteine (per esempio IL13Rα2), infuse direttamente nel cervello, hanno ridotto il tumore in pochi pazienti, spesso per poco tempo. Sono studi di fase 1, che servono a capire la sicurezza e la dose.
Le cellule CAR-T possono causare infiammazione nel cervello, con mal di testa, febbre, sonnolenza e peggioramento dei sintomi: per questo si danno solo in centri esperti e solo negli studi clinici. Sono in preparazione sperimentazioni più ampie.
I virus oncolitici
Sono virus modificati in laboratorio perché infettino e distruggano le cellule tumorali, risparmiando quelle sane, e perché richiamino il sistema immunitario contro il tumore. Di solito si iniettano direttamente nel tumore.
L'unico autorizzato per un tumore cerebrale è il teserpaturev, in Giappone dal 2021, con un'approvazione condizionata. In Europa e negli Stati Uniti i virus oncolitici per i tumori cerebrali sono usati solo negli studi clinici.
Come accedere
Oggi l'unica strada sicura per ricevere un'immunoterapia per un tumore cerebrale primitivo è una sperimentazione clinica. Gli studi chiedono spesso requisiti precisi: il tipo molecolare del tumore, una dose bassa di cortisone, il fatto di non aver ancora ricevuto alcune cure. Per questo conviene parlarne presto con il neuro-oncologo.
Ogni mese aggiorniamo l'elenco completo nella pagina Sperimentazioni cliniche in Italia. Per cercare da solo, vedi la pagina Le sperimentazioni cliniche.
Diffida delle cliniche che offrono vaccini o immunoterapie a pagamento, fuori dagli studi: vedi Terapie emergenti.
Domande da fare al neuro-oncologo
- Esiste un'immunoterapia, autorizzata o in studio, adatta al mio tipo di tumore?
- Ci sono sperimentazioni aperte a cui potrei partecipare? Dove?
- Il cortisone che prendo mi esclude da qualche studio?
- Quali effetti collaterali potrei avere, e chi devo chiamare se compaiono?
- Che cosa ne pensa di una cura di cui ho letto?
Le informazioni di questa pagina servono a orientarsi e non sostituiscono il parere del medico. Per domande su sintomi, esami o terapie rivolgiti allo specialista che ti segue.
Aggiornato al 17 ottobre 2026


