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ARGOMENTO: il ruolo del familiare...

il ruolo del familiare... 1 Anno 8 Mesi fa #52

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La malattia espone ad un universo di complessità e ad una dimensione di sofferenza che non è tollerabile nella privatezza della propria individualità, che richiede e impone una dimensione relazionale…un rapporto… le cui qualità sono date dalle modalità con cui.. in due…si sceglie di trattare difficoltà e risorse.

L’incontro del 28 Gennaio sul “ruolo del familiare” nasce dall’idea di dare voce al soggetto “nascosto” di questo rapporto, ovvero a colui che più direttamente si prende cura del paziente, che insieme a questo si fa carico della condizione di malattia, risponde a necessità di tipo emotivo, medico, assistenziale…spesso delegittimandosi dei propri bisogni individuali.

Elisabeth Kubler Ross, pioniere della psico-oncologia, dice a proposito dei familiari:

L'intensità dei sentimenti assume spesso un valore negativo agli stessi occhi dei familiari spingendoli a reprimere, negare, anestetizzare i propri e gli altrui vissuti emotivi. Questo controllo emozionale, si traduce in un incremento del reciproco senso di solitudine che aumenta, piuttosto che ridurre, la distanza emotiva all'interno della famiglia ( 1969).

La madre di una giovane paziente apre l’incontro:

Racconta della difficoltà che ha vissuto nel confrontarsi con il cambiamento di vita della figlia, che a seguito di un difficile intervento chirurgico si è trovata trasformata nell’aspetto, nella motricità, nelle relazioni e nello stile di vita. Emerge il contorno di una donna che impara ad essere l’occhio …che filtra e media lo sguardo intrusivo o giudicante del passante… l’orecchio attento ad ascoltare frequenze di bisogni non espressi, ad anticiparli per evitare all’altro l’onere del chiedere, …la voce che risponde sicura alle domande.… che elabora in fretta contenuti e significati… logici, esaustivi, soddisfacenti che non lascino troppe crepe all’emergere del vuoto, all’assenza di senso.

Ma anche la ragione che sa lasciare andare l’altro verso le sue aree di autonomia, che controlla e tiene a freno preoccupazioni e sensi di colpa, che restituisce a chi gli sta accanto identità, competenza, capacità e coraggio, che si impone di smettere di fare compulsivamente e cerca il proprio spazio di elaborazione nella parola.

Il dolore nel familiare spesso diventa l’attivatore di cure, attenzioni, assistenza, una dimensione che si consuma giornalmente attraverso il fare, il restituire conforto al paziente. In questo senso il familiare può essere naturalmente portato ad accentrare tutti i compiti e le responsabilità su di sé…

A questo proposito la moglie di un paziente racconta il suo bisogno di proteggere il marito cercando faticosamente di intuire e interpretare i suoi stati d’animo per potergli rispondere adeguatamente.

Il familiare può sentire un forte senso di inadeguatezza quando sente di non riuscire a far fronte a tutte le necessità che la condizione di malattia impone, ha paura di sbagliare, di essere disattento o inefficace e spesso si sente responsabile della reazione emotiva del paziente. Alcune coppie si assestano intorno all’assunzione di ruoli complementari ( depresso-combattivo/ attivo-passivo, ecc) in cui si cela il rischio di distorcere o soffocare il reale vissuto di entrambi e non rispettare i personali tempi di elaborazione.

Allo stesso modo è utile guardarsi dalla tentazione di una completa identificazione con l’esperienza dell’altro…fino ad una confusione dei confini. Alcuni familiari sono portati ad agire il tentativo fantasmatico di annullare la distanza tra sé e l’altro…ad annullarsi per compartecipare. Si tratta questa volta di un atteggiamento simmetrico che blocca la possibilità espressiva dell’altro, lo svuota della propria soggettività.

Il fratello di una giovane paziente in questo senso parla del senso di impotenza nel supporto alla sorella….dice di sentire di non poter fare abbastanza per alleviare il senso di disperazione con cui lei sta vivendo la malattia e la disabilità. Si tratta di un uomo che ha chiesto l’aspettativa dal lavoro, che assiste ai bisogni della paziente giorno e notte, l’accompagna a fare le terapie, la porta al mare, la consola e la guida…eppure sente di non fare abbastanza…perché non può sostituirsi, non può assumere su di sé il disagio che non tollera di vedere nella sorella.

Una madre e una figlia battibeccano nel tentativo di trovare la giusta distanza relazionale….la figlia, una donna adulta, rivendica i propri spazi di autonomia ….la madre esprime la sua apprensione e preoccupazione per la condizione della paziente.

Può accadere che la malattia porti le persone ad una identificazione con il proprio ruolo dal momento in cui questo indica un modello comportamentale a cui è più facile conformarsi….così come è facile che la malattia porti a riorganizzare i confini e le distanze tra le persone. E’ importante non dimenticare che la flessibilità e l’adattamento creativo sono spesso le risposte più adeguate.
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